La mia mamma

di gandi | 9/12/2008

Oggi non scriverò molto, lo prometto.

Sono piuttosto stanco e domattina ho gli esami finali del mio primo anno accademico… e non da studente! Chi l’avrebbe mai detto: professor Gandi. E pensare che non mi sono neppure laureato. La gente dice che qui in Paraguay tutto è possibile, che uno può diventare quel che vuole… Vedi mamma, non serviva (non) studiare tanto, bastava farsi un viaggetto al di là dell’oceano e oplà! …un figlio cattedratico a 30 anni…

Lasciamo perdere, questo non è l’argomento del post. L’argomento è: la mia mamma (come scritto nel titolo… e sennò che l’avrei scritto a fà un titolo così?). La mia mamma… la mia mamma un po’ perché altrimenti poi si offende se non la nomino mai e un po’ perché devo ringraziarla. Di cosa? Di Tutto.

Tra i molti validi insegnamenti che mi ha trasmesso mia madre, ve n’è uno che mi si è stampato bene in mente sin dall’infanzia e che cerco di mantenere come punto di riferimento per la mia condotta nella vita.

Mia mamma dice: “L’unica cosa di cui un uomo deve aver paura (e vergogna) è far del male a un altro uomo.” Oracolo.

–    “L’unica cosa, insomma, che devo temere è commettere atti malvagi?”
–    “Sì.”
–    “E del resto non devo aver paura?”
–    “No.”
–    “Di nulla?”
–    “Di nulla.”
–    “Ah cazzo…”
–    “Non dire parolacce!” (mia madre non è per un’estetica della parolaccia)

Da ciò, mi accorgo, purtroppo solo ora, che mia madre di paura ne deve aver sentita tanta nella vita. Non è stata facile la sua vita.

Ma tornando al discorso sul miedo… “miedo” in spagnolo significa “paura” ed è una parola che qui in Paraguay si sente spesso. Il Paraguay ha avuto miedo per 60 anni. La maggior parte della gente non si ricorda più com’è vivere senza la paura, forse solo i giovani (che non hanno vissuto direttamente la dittatura) si stanno iniziando a liberare da questo “miedo”. Ma la paura, instillata a forza da decenni di violenza, sembra aver penetrato la sostanza stessa delle cose, per esempio il modo della maggior parte dei paraguayi di relazionarsi con il prossimo si basa sulla paura: “far paura” o “aver paura”. Tutto è paura. Al telegiornale ti vogliono mettere paura, al lavoro ti vogliono mettere paura, persino gli amici sembra che ti vogliano spaventare… manco Asunción fosse un girone dell’inferno!

Ma perché poi dobbiamo aver paura? E di che?

La strategia della paura, che da Asunción a Roma, da Tokyo a New York, ci vogliono far digerire ci sta paralizzando. “La paura paralizza la mente”… no, questa non è mia madre, è una frase tratta (se ben ricordo) dal libro “Dune”. Ma è vero. La paura paralizza la mente. Un essere umano di fronte alla necessità di prendere una decisione può sbagliarsi e fare una pessima scelta, ma se la decisione è presa sotto l’influenza della paura sarà certamente sbagliata e porterà a conseguenze nefaste. La paura porta l’uomo a commettere i crimini più orrendi e le follie più atroci. La paura è la peggiore malattia dell’essere umano.

Per questo cerco di seguire il consiglio di mia madre e cerco di non aver paura, di controllare la paura, di convivere pacificamente con lei. E’ chiaro che non si può trascendere completamente la paura, ma imparare a guidarla sì. E quando si vive a 15.000 km dai propri affetti, cari miei, è importante che una madre ti abbia spiegato che non bisogna aver paura.
Quindi: grazie ma’.

Finito. Visto? …non ho scritto molto.

Gandi, corrispondente dal Paraguay

ps: certo… mia madre è anche quella che una volta, subito dopo essermi lasciato con una mia fidanzata, preoccupata per quel “dongiovanni” di suo figlio, mi ha detto (parole testuali): “Mi raccomando, non entrare in vagine straniere senza sicurezza.” E io non ero neppure mai stato all’estero! …però che volete, anche gli oracoli a volte hanno un blackout.

Le ho trovate.

Incredibile ma le ho trovate, le 9 buone ragioni per tornare in Italia. Pensavo fosse più difficile, ma evidentemente ho ancora qualcosa di non risolto in Italia (tipo pestare a morte il sig. marcognu).

In ogni caso, ecco le ragioni.

1-Il lavoro.
Se alcuni di voi hanno letto il mio primo post, si chiederanno: “ma il lavoro non era pure la prima buona ragione per restare in Paraguay?” In effetti avete ragione, è così… ma non sono improvvisamente impazzito. Il fatto è che il lavoro è anche la mia prima buona ragione per tornare in Italia, semplice. Come alcuni sapranno da alcuni anni sono ormai felicemente sposato col mio lavoro e mi piace – ogni tanto – portarlo in giro, fare con lui lunghi viaggi transoceanici, ragion per cui penso che si meriti, porello, una vacanzina in Italia di qualche mese. Dall’inizio, il progetto “Paraguay” contemplava l’idea di aprire una casa di produzione qui, ad Asunción, lanciarla, promuoverla e quando fosse stata in grado di funzionare sola con un buon volume di lavoro, tornare in Italia per non perdere i contatti professionali e continuare a lavorare anche lì. La speranza sarebbe quindi passare alcuni mesi all’anno in Paraguay, lavorando sui nostri progetti “Kinemultimedia” e gli altri in Italia, continuando la mia carriera di montatore o assistente al montaggio su progetti cinematografici di alto livello tecnico. Ed è questo che non voglio perdere soprattutto, la possibilità di fare esperienze di lavoro tecnicamente importanti. Per la parte creativa non c’è problema, qui in Paraguay mi sto divertendo parecchio, ma per il resto… quello che trovo in Italia qui non lo trovo, per ora. Beh… diciamo che siamo in cammino, stiamo lavorando per realizzare questo complesso progetto.

2-La famiggghia.
Non sono mai stato tanto italiano come da quando non sono in Italia (la sintassi è giusta? …boh). A parte il fatto che la famiglia (la mia famiglia personale) mi manca e questo mi pare normale dopo quasi due anni d’assenza, la riflessione che però vorrei esporre ora parla del senso di appartenenza, delle radici, della cultura propria del paese in cui uno nasce e cresce. E la mia riflessione è molto semplice (e forse anche un po’ banale): un italiano si accorge di quanto intimamente, disperatamente sia italiano quando vive all’estero. Ma soprattutto: e non la smette mai di essere italiano! Mi spiego… io, onestamente parlando, non sono particolarmente fiero di essere italiano, conosco bene i difetti, le problematiche, le vergogne dell’Italia (una l’abbiamo pure eletta come presidente del consiglio…) e quando qui in Paraguay parlo del mio paese non spendo parole mielose per descrivere quanto sia bello, accogliente, ricco e paradisiaco. Al contrario, cerco di essere onesto. Poi però arriva Ricardo (il mio socio cubano) e si lamenta, dicendomi che noi italiani siamo tutti uguali e che pensiamo che l’Italia sia il miglior paese del mondo. E io mi incazzo. Mi incazzo perché… gli dico: “Ma quando mai ti ho detto una cosa simile? …forse qualcun’altro, non so…” A questo punto ci addentriamo nell’argomento e lui mi inizia a dire che la cucina cinese è meglio di quella italiana. “E no! Col cazzo, è arci-risaputo che la cucina italiana non ha rivali nel mondo, come fai a paragonarmi l’involtino primavera con le cozze ripiene, dai!” Allora afferma che paesaggisticamente l’Italia non è un granchè. “Ma come non è un granchè! Ma il mare della Sardegna? …l’hai visto tu il mare della sardegna? E le colline toscane? E tutti i monti che ci abbiamo, per esempio il Trentino o… o la Valtellina? Eh? E i fiumi? I laghi? Le coste? Le pianure? Tutto. Abbiamo una varietà paesaggistica impareggiabile.” Ultimo tentativo di Ricardo. L’Italia non ha prodotto molto geni, molte personalità di spicco del genere umano. “Ma sei scemo?! Ma dove vivi?… Ti dico solo un nome: Leonardo da Vinci. Che è? …è cubano, Leonardo da Vinci, eh?” …e poi via, gli riverso addosso una quantità infinita di nomi che quasi lo annego, passando da Giulio Cesare a Del Piero. E c’ho ragione io, c’ho ragione… o forse è lui ad aver ragione? Merda, m’ha fregato.
Morale: è vero, noi italiani siamo tutti uguali e io c’ho la bandiera tricolore accanto al letto, mangio pasta tutti i giorni e quando mi parlano di calcio gli dico che noi siamo campioni del mondo. Tiè!

3-Gli amici.
La cosa più difficile non è trasferirsi all’estero. Quello è facile, si prende un aereo, si cerca una casa dove vivere (se hai l’euro è ancora meglio), poi un lavoro, ci si adatta un po’ ai costumi locali, magari la lingua, ecco… se non sai la lingua ti devi sbattere un po’, ma tutto sommato te la cavi e anche in fretta. Il problema è che ognuno di noi è la somma delle relazioni umane (familiari, d’amicizia, d’amore…) che ha creato nel corso di una vita, nel mio caso 32 anni di vita. E quando vengono a mancare questi vincoli, questo punti esclamativi dell’esistenza è come se mancassero le sinapsi al cervello, il cervello non funziona più, non c’è più comunicazione tra i neuroni, nessuna connessione, ogni cellula è isolata in sé stessa. E costa fatica… un’enorme fatica ristabilire il contatto, ricreare nuove sinapsi. E’ come ripartire da zero, come un neonato che inizia a formare il proprio io attraverso la separazione dal mondo e la costruzione di un proprio ambiente sociale con cui interagire. E’ un nuovo inizio. Ma – tenendo in conto – che non si può (e non si desidera) cancellare il passato, il processo è ancora più complesso e doloroso, perché ci si ritrova incastrati nel mezzo di due diversi “spazi sociali” – chiamiamoli così – oscillando tra l’uno e l’altro come stupide biglie. A volte penso addirittura che ci siano due Gandi, ma quasi sempre entrambi vorrebbero la possibilità di alzare il telefono in qualsiasi momento e sentire una voce che dice: “Ciao merda…”.

4-La cultura.
Non è che qua mangiano le ghiande. Che significa? …non so. Però quello che voglio dire è che i paraguayi non sono idioti, tutt’altro! …certo, un ragazzo una volta mi ha chiesto se Roma era la capitale della Francia… però era molto giovane… e poi voglio vedere quanti di voi sanno qual è la capitale del Paraguay! o della Colombia… o del Nicaragua… manco noi siamo dei fulmini di sapienza, vah. No, quello che mi manca è andare al cinema a vedere l’ultimo film di Tsai Ming-Liang, la mostra di Chagall, lo spettacolo al Donizzetti, il concerto del Bepi… ah ah ah, no scherzo… beh, non tanto, mi piacerebbe davvero andare a un concerto del Bepi… ma il Bepi canta ancora? Comunque. Quello che mi manca è l’accesso a proposte culturali di tutti i tipi e di alto valore artistico. E qui non c’è nulla di tutto ciò. Questa è – ad esempio – una delle principali ragioni per cui moltissimi giovani paraguayi vogliono andare in Europa. Per poter accedere a questo tipo di cultura, per poter vedere, ascoltare, sentire, respirare qualla che l’occidente ha codificato e a volte imposto come cultura di serie A. Io ci sono nato in questa cultura e la amo e mi manca, ma i paraguayi no, sono nati sotto altre stelle e siccome il modello culturale proposto su scala mondiale è questo, loro hanno una sete pazzesca di questa nostra cultura. Non so se sia un bene o un male, non so quale cultura sia superiore (ma poi mi chiedo: ha senso di parlare di culture differenti? bisognerebbe prima definire cosa sia “cultura”), non so… veramente non so. L’unica cosa certa è che ogni italiano o europeo dovrebbe ringraziare il cielo per aver avuto la possibilità almeno una volta nella vita di incrociare con lo sguardo la Torre di Pisa o ascoltare al TG qualcuno parlare della “Pietà” di Michelangelo.

5-Le montagne (e direi anche il mare). Ma le montagne di più.
Vi sembra stupido? Beh, provate a nascere circondati da questa enorme culla di granito, bianca d’inverno e verde d’estate, protetti come da una madre silenziosa. Provate ad arrampicarvici su, ad arrivare in vetta, a stare soli nel cielo assaggiando le nuvole. Provate, provate a osservane da lontano il profilo, affilato e rotto, mentre sentite che la loro terra è la stessa materia di cui è fatto il vostro corpo. Mi mancano. …mi mancano le montagne.

6-La lingua.
Porcaputtanatroiadiquellavaccazoccolaecolcazzoinculodimerdadel
lafigabastardastronzaefigliadiuncoglionetestadicazzoefrociocol
laminchiamosciadiquelpirladituofratelloelabattonadituasorella.
“Senza dubbio sono per un’estetica della parolaccia.”
Ma vi rendete conto quanto è bella la nostra lingua?! Quanto è ricca?! Quante lingue del mondo hanno la dolcezza e la violenza della nostra, la sua espressività, la sua forza e le sue infinite sottigliezze? Quante? In quante lingue del mondo si possono scrivere 10 righe ininterrotte di parolacce e altrettante di parole d’amore? Dovremmo venerarla la nostra lingua e non massacrarla utilizzando lo 0,05% del vocabolario (e vai ancora col punto 2… “Italia caput mundi”). Diamine… beh, tutto ciò per dire che a volte è proprio faticoso esprimersi in una lingua che non è la tua e che non ti appartiene profondamente. Per quanto si possa apprendere perfettamente un nuovo idioma e i modismi caratteristici di un paese, mancherà sempre qualcosa rispetto alla madrelingua, il tono di certe parole, di certi suoni, alcune costruzioni sintattiche che significano ciò che non dicono, alcune sfumature delicatissime. Invece una lingua appresa è una lingua secca, diretta, pulita, è come un piatto ben cucinato ma a cui manca quella spezia particolare che lo renda unico. La parola è forse la parte più profonda e vera di noi stessi. E’ incredibile come – in momenti “topici” della vita (come ad esempio una volta che stavo facendo un incidente d’auto) – mi escano, naturalmente, parole in dialetto bergamasco… e io non so parlare in bergamasco! Aaaah, l’italiano… a volte vorrei accendere la TV e ascoltare il TG1 o addirittura Bruno Vespa. Vespa? …come sono ridotto!

7-Il parmigiano reggiano.
Prima di partire per il Paraguay, Matteo (il marito di una cara amica), che ha una buona esperienza di lunghi viaggi all’estero, mi ha detto: “Non portarti tanti vestiti in valigia, quelli li trovi là… e poi fa caldo. Portati generi di prima necessità ossia: Cibo. Olio, formaggio, pasta, funghi secchi, cose così… ti mancheranno, vedrai.” E’ vero. Verissimo. La relazione dell’essere umano italiano col cibo è morbosa e amorosa (questo sarebbe un vastissimo tema per un altro post) e tutti noi abbiamo dei cibi “di riferimento” di cui non possiamo fare a meno, ognuno ha i suoi. Nel mio caso: il formaggio da grattuggiare sulla pasta. Può essere parmigiano, grana, pecorino, ricotta marzotica… ma deve essere formaggio vero! Purtroppo qui in Paraguay hanno una squallida imitazione chiamata “Reggianito”, dopo un po’ ci fai il callo ma – quando una volta mi han portato un pezzo di parmigiano vero italiano – ho provato la stessa sensazione di Dante Alighieri passando dall’inferno al paradiso. Quindi… chiunque, nella sua enorme bontà, volesse alleviare un poco la sofferenza gastronomica di questo povero emigrante, avrebbe la mia eterna gratitudine se inviasse al mio indirizzo paraguayo un pezzo di parmigiano reggiano o pecorino o grana, di qualsiasi dimensione e peso. Gracias…
Allego poi indirizzo paraguayo.

8-Educazione e salute.
Parlando di cose serie… beh, non è che le precedenti non lo fossero però, diciamo meglio…
Parlando di cose ancora più serie: spero di non ammalarmi qui né – se mai avrò dei figli – di doverli mandare alla scuola pubblica (ma esiste qui una scuola pubblica?). Allora. Punto numero uno. Nel caso della salute in Paraguay hai solo due possibilità: o muori o sei ricco. Io non sono ricco quindi non vorrei ammalarmi. Sillogismo perfetto. La verità è che in Paraguay non esiste diritto alla salute, la sanità è completamente privata e ci sono diverse fasce di prezzo, dalla più umile (dove forse è anche meglio non farsi curare perché rischi di essere dimesso con più malattie di quando sei entrato), alla più costosa (dove assieme alla cura ti aggiungono anche un paio di conigliette di Playboy). Se non hai soldi, semplicemente schiatti. Non c’è medico o ospedale che accetti di curarti, potresti tranquillamente morire di fronte alla porta di un ambulatorio. Da questo punto di vista, sì non ho dubbi a definire il Paraguay paese del “terzo mondo” e la bistrattata Italia (con tutti i problemi di mala sanità che ha) paese del “primo mondo”… ma gli Stati Uniti per esempio?
Punto numero due. Nel caso dell’educazione in Paraguay hai sempre le solite due possibilità: o sei ignorante (nel senso etimologico del termine) o sei ricco. In questo caso, per fortuna, non sono ricco ma almeno un po’ d’educazione l’ho già messa in cassaforte. Il fatto è che non esiste, che io sappia, la scuola pubblica in Paraguay. Anche l’educazione – come la salute – si misura in varie fasce di prezzo. Bambini poveri: scuole fatiscenti senza il tetto, professori mediocri e malpagati, strutture inesistenti. Bambini ricchi: scuole colla tazza del cesso in parquet, professori stranieri, i-pod a merenda. Bambini poverissimi: al semaforo a lavare i vetri. Penso che almeno il 50% dei bambini di Asunción mi abbia già lavato il vetro della macchina. Finchè almeno il diritto alla salute e all’educazione gratuite non sarà riconosciuto in tutti i paesi, continuerò a sostenere che il mondo intero è “terzo mondo”.

9-Ultimo ma importantissimo: Prendere a calci nel culo il Silvio.
E’ una vita che lo voglio fare, cazzo. Diciamo da quel lontano 1993 in cui il nostro unto (perché nella privacy e senza cerone sarà anche un po’ unto, no?) …dicevo, in cui il nostro unto dal Signore ha deciso di scendere in campo, un po’ come il Milan a San Siro, a parte il fatto che l’avversario che lo prende nel retto siamo noi e non il Deportivo Bratislava. Dio, sento… sento questa necessità impellente. E mi vergogno anche un po’ perché da qui, dal Paraguay è difficile arrivare a compiere questa missione, mi sento come se avessi tradito questo mio obiettivo. Quindi, ecco… la mia ultima buona ragione è che vorrei tanto tornare per poter realizzare questo mio desiderio. So bene che ci sono tanti tra di voi che sognano la mia stessa cosa, chissà… forse potremmo unirci (per una volta unirci davvero) e cercare di realizzare questo nostro piccolo sogno, che dite? Ce la si può fare per una volta a unire la sinistra?

Anche oggi un articolo lungo, anche oggi le tre di notte, anche domani la mia oia di alzarsi presto. Ed è anche lunedi!

Gandi, corrispondente dal Paraguay

ps: ma devo sempre scrivere dei ps? Hasta pronto…

Historia Colorada

di gandi | 7/12/2008

Ore 21.00 qui ad Asunción, Paraguay.

Ora di cena. Nike, la mia gatta, è dispersa nel giardino notturno a caccia di chissà quali esseri viventi. Io mi appresto al più antico e sacro rituale dell’emigrante italiano: mangiare la pasta. Nello specifico, oggi si tratta di pasta al tonno, un insalatiera di pasta al tonno! E’ sabato sera, una piccola gratificazione culinaria me la potrò pur concedere, no?

La mia amica Katia, che di professione fa la “ruba-bambini” ovvero l’assistente sociale, direbbe che sto facendo “comunicazione emozionale” (o qualcosa del genere, non ricordo più la definizione esatta…). Quindi suvvia, terminerò la pasta e poi, senza paura, andiamo con il secondo post sul Paraguay…

…ecco, finito. Allora, il Paraguay… dove eravamo rimasti? Ah! Un po’ di storia sì. E già che ci siamo anche un po’ di politica, che non fa mai male.

Punto numero uno: la situazione politica del Paraguay è assurda. Vi spiego.

La settimana seguente alle – ahimé tristissime – elezioni politiche italiane di aprile, si sono svolte anche qui in Paraguay le elezioni per scegliere il nuovo presidente della Repubblica (piccolo inciso: il Paraguay è costituzionalmente una Repubblica presidenziale, un po’ come la Francia o gli Stati Uniti). L’esito delle elezioni è stato ben diverso che da noi!

Ma per capire cosa sia accaduto qui il 20 aprile 2008, bisogna andare indietro nel tempo.

All’inizio del secolo scorso si affermano in Paraguay due grossi partiti politici, da una parte il partito liberale, di matrice chiaramente di destra, che protegge i grossi latifondisti e i capitali stranieri, dall’altra il partito colorado (che in spagnolo non significa “colorato” tipo l’arcobaleno, bensì “rosso”), un partito nazionalista che cerca di farsi carico dei problemi sociali soprattutto delle classi più povere e incentivare l’indipendenza e lo sviluppo del paese, insomma un partito – diciamo – di ispirazione socialista. Tanto per intenderci: i liberali hanno le bandiere azzurre, i colorados le bandiere rosse (con tanto di stella bianca che sembrano la vecchia URSS!). Il partito liberale governa il paese in maniera molto autoritaria, i colorados sono perennemente all’opposizione, più o meno perseguitati. Questo fino al 1946.

Nel 1946 i colorados vincono a sorpresa le elezioni e prendono il potere. E’ un periodo di fortissima instabilità politica e violente lotte in seno ai partiti, i presidenti del Paraguay si alternano al ritmo di uno ogni 3-4 mesi (e quelli che vengono destituiti spesso finiscono all’obitorio), finchè nel 1954 il generale Alfredo Stroessner, che fa parte del partito colorado, si rompe le palle di questa situazione e fa un bel colpo di stato e bum! …dice: “adesso il presidente sono io.” E con l’aiuto degli Stati Uniti, preoccupati dall’avanzare del “morbo comunista” in America Latina (ricordo che siamo nel pieno della guerra fredda), il generale Alfredo Stroessner (notare il tipico cognome sudamericano…) diventa il padrone assoluto del Paraguay.

La sua sanguinosa dittatura durerà 35 anni, la più lunga del sudamerica, fino al 1989.

E che fa il partito colorado in questi 35 anni? Fa la puttana. Il nostro caro partito di “sinistra” appoggia in pieno la dittatura di Stroessner diventando complice e responsabile della barbarie della repressione, degli omicidi, delle torture, dei migliaia di desaparecidos, dello sterminio degli indigeni del Chaco e di tanti altri simpatici crimini contro l’umanità commessi durante i tragici anni della dittatura. Naturalmente Stroessner, che è un dittatore vero e spietato, come tutti i dittatori procede a eliminare sistematicamente tutti i dissidenti politici, dentro e fuori del partito colorado, svuotandolo d’identità e contemporaneamente “affittando” il partito liberale avversario, che è sempre stato pagato e mantenuto in vita da Stroessner stesso in modo da inscenare  ogni 5 anni il teatrino delle “libere elezioni” (in cui naturalmente vinceva sempre lui). Il risultato fu un sistema basato sulla corruzione, il culto della sua persona e il clientelismo, ovvero: Se sei colorado ti diamo un lavoro, se non sei colorado muori di fame o vai in prigione. Punto.

35 anni sono lunghi e vi potrete immaginare quante porcate Stroessner e il partito colorado han commesso in questo lasso di tempo, quanti morti, quanti esiliati, quanta sofferenza… Alla fine credo che per capire a pieno il carattere dell’uomo paraguayo sia necessario comprendere questa ininterrotta serie di dittature e governi autoritari che han sempre oppresso questo disgraziato (politicamente parlando) paese, sin dai tempi dei conquistadores.

Ma torniamo alla storia.

Nel 1989 (anno storicamente eccezionale, vedasi la caduta del muro di Berlino), l’appoggio da parte dei cari amici gringos al generale Stroessner è ormai inesistente e il dittatore inizia a sentire un bruciore al culo. Infatti nello stesso anno gli fanno pure a lui un bel colpo di stato e lo destituiscono (non prima però di lasciarlo tranquillamente fuggire in Brasile per vivere gli ultimi anni della sua difficile vita nella sua umile tenuta da svariati ettari… …ricorda qualcuno per caso? Un tizio di nome Bettino magari?). Ma la cosa simpatica è che il colpo di stato non lo fa il popolo in rivolta, no. Lo fa il suo con-suocero, un altro generale. Sempre, chiaro, appartenente al partito colorado. I panni sporchi si lavano in famiglia.

Ma i tempi sono cambiati, gli Stati Uniti hanno altre preoccupazioni (tipo un signore di nome Saddam che inizia a cacargli la minchia) e la gente paraguaya reclama finalmente la tanto anelata transizione democratica. Così, succede che il Paraguay redatta la sua prima carta costituzionale, si dota di istituzioni democratiche e nel 1993 – dopo quasi 40 anni di dittatura – avvengono le prime vere libere elezioni nella neonata Repubblica.

Ci sono vari partiti in lizza. E chi vince?

Il partito colorado! Eh sì, proprio lui, ancora lui. Il partito della dittatura, il partito della repressione, della corruzione, degli stermini, delle torture, questo cazzo di partito che a rigor di logica sarebbe dovuto sparire dalla faccia della terra, si ripresenta alle elezioni e stra-vince… dico: stra-vince.

Un po’ come se, dopo la seconda guerra mondiale, il partito fascista si fosse ricandidato alle elezioni e avesse riconquistato immediatamente il potere (anche se, in forma sotterranea, mi chiedo se non sia proprio successo questo in Italia). In ogni caso… ma vi sembra logico che vinca di nuovo sto partito di delinquenti (perché, a parte Stroessner, tutti gli altri criminali erano ancora lì)? …beh, per il paraguayo sì, è logico. E io lo capisco. Dopo 40 anni di oppressione e paura, l’idea di un cambio reale appare ancora più spaventosa degli orrori passati, perché è qualcosa di sconosciuto. E poi dovete pensare che in 40 anni il partito colorado ha avuto tutto il tempo di entrare nella pelle e nell’anima dell’uomo comune, ha potuto legarsi profondamente ad ogni aspetto della vita sociale della nazione, ad ogni istituzione, ad ogni aula di tribunale, è diventato un mostro tentacolare che permea ogni cosa, è come un vecchissimo albero che ha messo radici tanto forti e profonde che sradicarlo significherebbe sradicare il cuore stesso dello stato e gettare il paese nel caos totale.

E così continuarono a comandare loro.

La transizione democratica fu solo un atto formale, mentre le modalità di governo e i padroni del paese rimasero invariati. Certo, terminarono le torture e gli omicidi, almeno quelli di massa o quelli eccessivamente spudorati, ma la sostanza restava la stessa: Se sei colorado ti diamo un lavoro, se non sei colorado muori di fame e verrai isolato (altra forma di prigione). Ri-punto.

Per fortuna, un gruppo di persone (via via sempre più numeroso) cominciarono coraggiosamente a muoversi contro questa barbara forma di ricatto e di schiavitù ideologica ed economica e attraverso una denuncia sociale e grazie ai diritti umani di base ormai riconosciuti anche in Paraguay iniziarono un’opera di lenta erosione del “gigante colorado”, tenendo come obiettivo la speranza di un cambio reale e democratico.

E così arriviamo al 2008, anno delle elezioni politiche in Paraguay.

La mia ex-fidanzata, Perla, super-colorada e di famiglia ancor più fanaticamente colorada, continuava a ripetermi prima delle elezioni: “E’ impossibile che il partito colorado cada. Il partito colorado vince sempre ed è per questo che noi lo votiamo”. Non stupitevi, questo è il ragionamento logico che han fatto 6 milioni di paraguayi per decine d’anni e l’abitudine è dura a morire. Io stesso… io stesso ero convinto che il partito colorado vincesse di nuovo le elezioni, però le rispondevo: “Stai attenta che nulla è eterno, prima o poi dovrà cadere.”

Il 20 aprile 2008, giorno delle elezioni, il partito colorado prende il 35% circa dei voti del popolo paraguayo, il suo maggiore antagonista, un ex-vescovo cattolico di nome Fernando Lugo, sorretto dal vecchio partito liberale e da una serie di piccoli partiti di sinistra, arriva al 47% e vince le elezioni. Dopo esattamente 61 anni il partito colorado perde il potere. Il popolo paraguayo intero capisce che è libero davvero e si riversa in strada, sono tutti pazzi di gioia che manco il mondiale dell’82 in Italia… (ma questa è una buona ragione per festeggiare cazzo! mica una partita di calcio).

Fine della storia.

Riassumendo. La situazione politica (così assurda che manco in una sceneggiatura dei Monty Python…) è questa: da una parte il partito colorado, fascista e corrotto, ancora legato alla dittatura ma rappresentato dall’iconografia classica comunista (colore rosso, bandiera rossa con stella, retorica socialista, ecc.), dall’altra un vescovo cattolico “spretato” che è sorretto congiuntamente dal partito liberale (la vera destra storica e latifondista) e da movimenti sociali e partiti di estrema sinistra. Insomma, un mischiotto politico inconcepibile. In mezzo, come terzo incomodo (avevo dimenticato di citarlo), un ex generale colorado di nome Lino Oviedo (riconosciuto colpevole di una massacro pubblico nel 1999 …credo, il famoso “Marzo Paraguayo”) che viene magicamente liberato di prigione, si candida a presidente pure lui e ottiene il 23% dei voti. …la fantapolitica qui è realtà.

Ora, il presidente Lugo (l’ex-vescovo) sta governando da 5 mesi. Ma ce la farà?

Il futuro è incerto e per lui tenere a bada partito liberale e movimenti comunisti che lo sostengono sembra un’impresa che fa apparire il nostro povero Prodi come un pivello della politica. E i colorados sono ancora lì, pronti come iene…

Mizzega! …mi sono proprio dilungato sulla parte storica. E’ che la storia mi appassiona davvero. E non ho neppure parlato del “plano Condor” e del “archivio del terrore”, come avevo promesso! Beh, sarà per il prossimo post.

Vi lascio con due domande/riflessioni.
1-Perché in Paraguay non si parla della dittatura e praticamente non si denunciano i crimini avvenuti in quei 35 tragici anni? Il mio vicino di casa ho scoperto che è stato torturatore di professione e tutti lo sanno …e la mattina bagna il giardino e va a fare la spesa.
2-Come può un vescovo diventare presidente? E perché un vescovo? Il Paraguay ha sempre avuto bisogno di un uomo forte, si riconosce in un uomo forte, la sua storia lo dimostra. E che uomo è più forte di un messia inviato da Dio?

Gandi, corrispondente dal Paraguay

ps: se volete saperne di più sulle elezioni in Paraguay, sulla situazione politica passata e presente e sui legami che a tutt’oggi sussistono con la dittatura stronista, vi consiglio un bel documentario di una regista italiana, Anna Recalde Miranda, intitolato “La tierra sin mal”. Beh… per forza dico che è bello, l’ho montato io! mica posso dire che è una merda! Comunque un demo del film lo potete trovare anche sul nostro sito: “kinemultimedia.com”.
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