Ore 17.30 di mercoledi 24 dicembre.
Sono a casa del mio amico Ricardo. Il vicino ha appena acceso la radio e le note di una jingle bell “cubana” con trombe e maracas si mescolano al vento che fa dondolare l’amaca di lino bianco in cui sto riposando il culo. Sono qui… dondolo e aspetto. Aspetto il cenone di Natale in Paraguay, ormai mancano poche ore. Magari vi credete che vada in un qualche ristorante esotico a mangiare caimano ripieno di tarantole ripiene di formiche o armadillo alla crema di guajaba. E invece no. Sorpresa! Vado a casa di una famiglia italiana, quindi: antipasto di mare, spaghetti con le cozze e seppie ripiene (oh! dico… seppie ripiene! …in Paraguay). Per chiudere infine con caffettino ristretto e un ammazza-caffè tipo limoncello. Italia caput mundi e buonanotte.
Ma torniamo all’argomento di questo post.
Oggi, durante il mio lungo tragitto di 200 metri casa-ufficio-casa (sempre fedelmente in ciabatte infradito rosse), ho iniziato a elencare mentalmente le anomalie… o se preferite le stranezze, degli “usi e costumi” di questo paese. Quelle che mi hanno colpito di più. Ne ho trovate alcune interessanti, ma sicuro ve ne sono molte altre che non ricordo o ancora non conosco, per questo lascio il titolo aperto al post scrivendo “parte 1”.
Bueno, y aqui vamos…
Il Natale (…beh, già che ci siamo).
Non penserete mica che il Natale sia uguale in tutto il mondo?
- Avete mai provato a mangiare i tortellini in brodo a 43 gradi centigradi?
- Avete mai visto un Babbo Natale sudare come un pesce-suino sotto il sole tropicale?
- Avete mai appeso fuori casa le lucine intermittenti mentre la gente vi saluta in ciabatte da mare?
Io sì. Ed è scioccante. Ma logico, siamo dall’altra parte dell’equatore e in questo emisfero a testa in giù il Natale cade in piena estate e la gente lo associa al caldo e alle vacanze. Ma la cosa veramente strana è che mantengano (con qualche ovvia e piccola variazione) le abitudini e l’iconografia del Natale “freddo”. Per esempio: non mangiano insalata di frutta e pesce alla brace ma stufati con patate lesse e panettone con crema di zabaione. Non vestono Babbo Natale con un costume da bagno Dolce & Gabbana ma con il classico scafandro rosso di pelo di gnomo. Non appendono alle porte lucciole rinchiuse dentro vongole trasparenti ma le solite lucine, coroncine, palline… e quant’altre maledette “–ine” si producano nel mondo. Insomma si potrebbe parlare (usando una parola che odio) di globalizzazione o esportazione del Natale dell’emisfero nord. O no?
Gli applausi.
Se un giorno, camminando per una qualsivoglia strada di Asunción, vi capitasse di vedere un tizio che applaude di fronte a una casa, non pensate che sia il matto del villaggio o che il tipo stia cercando di rendere omaggio a qualcuno o qualcosa che è dentro la casa stessa. Semplicemente è che la casa non ha il campanello. Eh sì, siamo in Paraguay e molte case qui (le più umili) sono prive di campanello, citofono, video citofono, telecamera o che ne so quale moderna diavoleria… quindi, il metodo usato e riconosciuto a livello nazionale per richiamare l’attenzione degli abitanti di una casa è piazzarsi davanti e battere con forza le mani, applaudire insomma per un qualche secondo. Perciò non arrabbiatevi se qualcuno staziona davanti alla vostra porta e applaude, non sta facendo nulla di male. A meno che, chiaro, non inizi a gridare “Bravo, bravo!” …lì sì, vi sta prendendo per il culo.
La strada.
Quando uno esce di casa e inizia a guardarsi attorno… o peggio, si ritrova a dover guidare l’auto, inizia a porsi diverse domande inquietanti.
Domanda uno. Come è possibile che in un paese fondamentalmente povero ci sia la più grande e concentrata collezione di Suv e auto lussuose che abbia mai visto in vita mia? E come è possibile che io possa trovare rivenditori d’auto ogni 200 metri? E non parliamo di utilitarie, parliamo di Mercedes, Audi, BMW, grandi Toyota… Insomma, da dove vengono i soldi? Va bene la “forbice sociale” tipica di un paese sudamericano: chi è povero è poverissimo e chi è ricco è ricchissimo, però come fanno a far soldi i paraguayi ricchi? Li estraggono dagli armadilli o li succhiano dalle formiche giganti? Mah…
ndr: risposta “traffico illegale di qualsiasi cosa”.
Domanda due. Chi cazzo gliela dà la patente ai paraguayi? Topolino?!
Sono 15 anni che guido …e un po’ ovunque direi, ma mai – dico Mai – ho provato un tal senso di insicurezza al volante come ad Asunción. E’ come un videogame: “Da-dam… arriverà il nostro gandi incolume al lavoro? Ora accendi la macchina e inizia a giocare.” Beh, in 2 settimane ho perso 3 volte. Game over, bum! …auto a puttane. La terza volta volevo tatuare col crick le mie iniziali sul tipo che mi ha tamponato.
ndr: risposta “la patente ai paraguayi gliela dà Topolino”.
O peggio: si compra. Per 80.000 guaranies (12 euro circa) ti danno la tua bella patente nuova. Figo! E io intanto c’ho l’auto dal meccanico…
Domanda tre. Guido una macchina o un gommone? Uno, perché quando piove le strade si trasformano in fiumi navigabili, due perché quando non piove è anche peggio. Dovete vedere le strade, o meglio… l’asfalto delle strade di Asunción. A parte il fatto che il 70% delle vie della città sono in ciotolato. E scomposto pure. Ma il problema è che il restante 30% che è asfaltato sarebbe stato Meglio fosse in ciotolato! Ci sono buchi nel bel mezzo della strada tanto profondi che se ci cadi dentro incontri Cerbero.
E qui forse mi ricollego alla domanda uno: come fanno a far soldi i paraguayi ricchi? …come in Italia, rubando i fondi per le opere pubbliche.
Il Tereré.
La prima volta che mia madre in skype mi ha visto bere tereré ha iniziato a urlare: “Oddio, mio figlio si droga!” Voglio tranquillizzare tutti, l’erba Mate non è una droga. Certo, può avere effetti medicinali sull’organismo (per esempio facilitare la diuresi) o può abbassare la pressione a chi non è abituato, però – definitivamente – non è una pericolosa droga. Questa erba è in realtà una miscela di varie erbe e si usa un po’ in tutto il sudamerica per – appunto – fare il Mate. Il mate è un infuso, un po’ come il the, che si beve bollente (infatti io mi ci brucio sempre la lingua). Si mette un po’ d’erba in un bicchiere di metallo, ci s’infila dentro una cannuccia anch’essa di metallo e poi si inizia a versare nel bicchiere l’acqua a temperatura “fuoco”, l’erba assorbe un poco l’acqua e rilascia il suo sapore (leggermente amaro), quindi si succhia la bevanda con la cannuccia e il gioco è fatto! Lingua a 150°gradi.
Il tereré è la versione ghiacciata del Mate.
Dato che qui in estate (e l’estate dura minimo 6 mesi) ci sono 40 gradi, bere Mate bollente – per quanto delizioso sia – è un po’ come succhiare lava all’inferno, quindi i paraguayi hanno sostituito l’acqua calda con quella gelata. Ma il sistema è lo stesso. Un bicchiere di metallo o di legno (chiamato “guampa”), l’erba Mate che lo riempie per 3/4, una cannuccia di metallo con forma particolare (chiamata “bombilla”) e un normale termos per acqua e ghiaccio.
I paraguayi ci passano la vita col loro tereré, non vanno da nessuna parte senza. Non escono di casa senza termos, guampa e bombilla. Il tereré è un’istituzione. Il tereré è la bevanda nazionale. Il tereré è sacro. Penso che si offendano meno se gli insulti la mamma che il tereré. Ci sono perfino negozi specializzati che ti realizzano il tuo termos personalizzato, ricoperto di cuoio lavorato, con colori e scritte e con tanto di guampa abbinata. Io me ne farei uno della Juve… vabbé…
Quindi non stupitevi se vedete le persone girare per strada con degli strani termos elaborati, non vanno a un pic-nic urbano…. o se magari andate in banca e il direttore vi offre da bere dal suo bicchiere di metallo, non è un pervertito della saliva… è il tereré, solo il tereré.
In ogni caso devo dire che questa bevanda è un’invenzione geniale. E vi assicuro che è delizioso… Con il caldo torrido di questo paese è un vero toccasana che ti permette di non morire disidratato durante il giorno asfissiante. L’importante è non esagerare all’inizio, perché a chi non è abituato può abbassare rapidamente la pressione. Inoltre è meglio sempre chiedere che hanno messo dentro al tereré, perché a volte i paraguayi mischiano l’erba Mate con altre erbe medicinali (che chiamano “rimedi jujo”. Erbe normali neh! …menta, anice, rosmarino, cose così…). Erbe buonissime e utili all’organismo ma che possono causare problemi fisici a chi non è abituato ad assumerle con l’erba mate.
Un’ultima cosa. So che vi farà un po’ schifo. Ma il tereré si condivide. Quindi se si è in compagnia tutti bevono con la stessa cannuccia e dallo stesso bicchiere. E non importa se siano tuoi amici intimi o perfetti sconosciuti, il tereré non si rifiuta, mai. A meno che tu non adduca scuse strane, ma non è bello lo stesso ve l’assicuro, è come uno sgarbo per loro, è come se tu li stia rifiutando e disprezzando. Quindi se il muratore sudato (con tutto il rispetto per i muratori) ti offre il suo tereré, Tu bevi il suo tereré! E chissenefrega di sti cazzo di microbi! Mi sa che ne assumo di più in una mezz’oretta in centro a Milano.
…e comunque sono ancora vivo.
Ecco…beh, sul tereré e tutto ciò che lo circonda si potrebbe parlare a lungo, troppo per questo post. Magari un giorno vi dedicherò un post intero.
La natura.
L’erba in Paraguay è gigante. Le formiche in Paraguay sono giganti. I ragni! …in Paraguay sono giganti. Persino i batteri in Paraguay sono giganti e ti parlano, uno l’ho anche adottato come animale domestico. Si chiama Borghezius e ogni tanto lo disinfetto.
La natura qui non è la “naturetta” delle nostre città, tutta striminzita e contenuta come una bimba ben educata. La natura qui è selvaggia e incazzata. E’ dappertutto. E’ verde di un verde doloroso. E’ rumorosa, è grande. E’ potente.
Vi stupireste. Il concetto è lo stesso ma le dimensioni e la forza di questa natura sono decuplicate. Ed è meraviglioso.
Io.
Sì, mi ci metto anch’io nelle stranezze del Paraguay.
E’ l’alba di domenica mattina. Ore 6.30. Il sole già scalda il culo ai gatti randagi che si stiracchiano sui muretti. Un clochard ubriaco, sdraiato per terra, canta una canzone romantica in guaranì. D’improvviso si blocca, fissa stranito davanti a sé e pensa: “…cazzo ma questo è più fuori di me!” (beh…magari “cazzo” no… più probabile un “deracore…”)
Che ha visto il clochard? Ha visto me, ha visto.
E vi assicuro che quando vedi un tizio che cammina alle 6 di mattina, in infradito, completamente fradicio, con uno zainetto sulle spalle, un gatto in una mano e il quadro di una donna nuda nell’altra… VI ASSICURO che non sembra normale, neppure a un ubriaco clochard paraguayo.
Gandi, corrispondente dal Paraguay
ps: e sempre co’ sti ps! …comunque… per tornare al discorso iniziale “italian food”, oggi ho fatto una scoperta interessante. L’italiano medio può sopravvivere in Paraguay.
Preso da un ignobile attacco di malinconia gastronomica, sono andato al supermercato e ho comprato i seguenti prodotti (scusate per l’involontaria pubblicità, ma è questione di precisione qui):
10 scatole di pasta Barilla.
2 vasetti si salsa fresca Antonio Amato.
1 vasetto di Nutella (lo so che non è italiana ma è come se lo fosse…)
1 bottiglia di Campari.
1 bottiglia di Limoncello.
Olio extra vergine d’oliva importato direttamente dalla Puglia (così recita l’etichetta).
1 scatola di Riso Gallo (carnaroli).
Spezie macinate della Toscana.
Cozze, sarde e vongole a profusione.
…e infine…
1 panettone e 1 pandoro Ba-ba-ba-Bauli.
Come volevasi dimostrare… l’italiano medio può sopravvivere in Paraguay.